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Sul Padre nostro

NON INDURCI IN TENTAZIONE

O

NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE?

Quella “correzione” snatura il senso del Padre nostro?

Il contributo di don Paolo Giannoni

(Eremo di Mosciano, Scandicci- Firenze)

alla ricerca del significato da dare

alla formula del Padre nostro

Jesus, Gennaio 2018, pag 7

Caro direttore, a proposito della “correzione” (vedi allegato, pag 4) di Papa Francesco al “non ci indurre in tentazione” nel Padre nostro (sostituito con “non ci abbandonare nella tentazione”), vorrei proporre alcune riflessioni stando fedeli al testo evangelico, ma anche aiutando a comprendere il senso affidato dall’amore di Dio alla sua Parola.

E’ bene chiarire:

a) il verbo “indurre” non può essere deformato perchè (eisenenkes, da eisphero) significa “portare dentro”, “introdurre”

b) il sostantivo “tentazione” nell’ebraico di Gesù (l’aramaico) di Gesù significa “prova” (nasah).

Nel Vangelo greco (peirasmos) la parola ha una vasta gamma di significati:

1. a seconda dell’intenzione il testo si differenzia:

  • in senso positivo, come prova dimostrativa

  • in senso negativo, come istigazione al peccato

2. significa mettere alla prova sempre in riferimento a Dio o a Cristo

Un padre vive la sua capacità educativa e ci offre la severità del fatto che la vita è un caso serio, cioè ha anche tratti di prova, di coraggioso affrontamento nella difficoltà.

Una tale co-educazione vuole anche un’esercitazione (askesis significa proprio questo) e una regolazione.

Perciò se vogliamo rettificare la parola del Padre nostro, superiamo il significato di “tentazione” come segno di istigazione al peccato.

La fedeltà alla Parola ci porta a verificare il senso di “tentazione” come “prova”, invece di attenuare il verbo “introdurre”.

Se si vuole risolvere il sasso non digeribile del Padre nostro attenuandolo, resta l’altro sasso non digeribile proprio del tema delle “tentazioni” di Gesù (e Lc 4,13 ricorda che l’intera vita di Gesù è “provata”).

I tre sinottici hanno verbi diversi ma corrispondenti a un’azione dello Spirito [Mt 4,1 condurre; Mc 1,12 addirittura sospingere; Lc 4,1 guidare) per cui se si risolve il Padre nostro, non si risolve il Vangelo delle tentazioni nel fatto che lo Spirito istiga al peccato.

Va superato il significato di “istigazione al peccato

per vivere il significato benefico di “prova”.

Senza tener conto che la grazia della Quaresima restituisce un’ombra mortificante invece di essere la luce di un cammino di salvezza (citiamo ancora il senso di askesis-esercitazione, allenamento in 1 Cor 9,24-27).

Infine abbiamo da educare nella fede, con la “pedagogia della Scrittura”. Le sue parole sono creative, ma hanno bisogno dei significati che non sono immediati. Ma essi sono necessari per portare la loro ricchezza, divina, in noi (per esempio, carne, giustizia, pace).

Non si aiuta (nè si ama) la fraterna autoeducazione attenuando o camuffando il testo greco.

Bisogna tentare un’autoeducazione per una faticosa, ma liberante, creativa e verace accoglienza della Parola (anche lessicale).

Ciò è possibile in pazienti e ripetuti anni co-educativi nella “familiare conversazione”, che è l’omelia, e nella comunitaria lectio divina: allora risuona la conversazione trinitaria e continua la conversazione di Gesù, con gli apostoli e con noi.