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Il concetto essenziale

LiturgiaIl termine “liturgia”, dal greco “leitourgìa” (leton “stato” ed érgon “lavoro”) significa: “servizio di pubblica utilità reso a proprie spese dai cittadini allo stato”.
    Originariamente, dunque, si tratta di “”opera pubblica”, “servizio da parte del/e in favore del popolo” e “nella tradizione cristiana vuole significare che il popolo di Dio partecipa all’”opera di Dio” [Gv 17,4]” (Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1069).
Alla luce del significato del termine “liturgia” possiamo dire che:
Dio, creatore di ogni cosa, è il grande liturgo che fin dal principio compie il servizio di far dilagare sulla terra la vita che egli è;
l’uomo, “statua” di Dio è creato liturgico perchè, coltivando e custodendo la relazione con Dio, potesse partecipare alla sua opera di celebrazione della vita, tessendo relazioni d’amore coi suoi simili e col creato tutto;
l’amore a Dio e l’amore al prossimo diventano l’”opera pubblica” che consente all’uomo di esprimere la sua essenza liturgica.
In virtù della sua essenza spirituale l’uomo liturgico è l’uomo che “cerca” Dio e, come a tentoni, si sforza di trovarlo.
Anche se la ricerca appare difficile, l’uomo può trovare Dio perché Dio non è lontano da lui, ma così vicino da avvolgere tutta la sua esistenza, come rivela Paolo nel suo discorso all’areopago di Atene, dicendo:
“Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi.
In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo” [At 17,26-28].
Addirittura la sua parola è vicinissima all’uomo, così vicina da essere nella sua bocca e nel suo cuore per essere messa in pratica, come è detto:
“Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te.
Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” [Dt 30,11-14]
L’iniziativa di Abele e Caino di offrire al Signore evidenzia:
il bisogno dell’uomo di rendere culto a Dio, ma anche l’insidia insita nell’atto di culto perchè ci si può accostare al culto con l’atteggiamento di:
Abele, cioè: di colui che, cosciente della propria chiamata vocazionale, desidera piacere al Signore e rende a lui grazie per i doni ricevuti;
Caino, cioè: di colui che, chiuso nel proprio egocentrismo, finisce per celebrare se stesso, anziché il Signore.
La domanda è: Quale Dio celebro?
che l’atto di culto ci rivela la qualità del nostro rapporto col Signore perchè il suo ”indice di gradimento” altro non è che il riflesso dei nostri sentimenti verso il Signore;Liturgia
che si può “uscire” dal culto irritati e abbattuti perchè si scopre che ciò che il Signore gradisce è altro rispetto ai nostri convincimenti.
il Signore dà inizio alla Liturgia nella vita quotidiana, facendosi presente nella vita dell’uomo per dirgli una parola di incoraggiamento e annunciargli che egli è colui che lo protegge dalle avversità della storia per realizzare in lui la grande ricompensa che gli ha promesso;
chi sa gustare la lieta notizia portata da queste parole è l’uomo che, avendo il cuore rivolto al Signore, è in rapporto confidenziale con lui e che, sapendo di essere accolto per ciò che è, confessa al Signore i suoi motivi di tristezza e di delusione, a causa della realtà senza speranza cui lo condanna l’evidenza storica che denuncia l’impossibilità della parola di Dio di realizzare le sue promesse.
Nella liturgia, diventiamo "uno" con Cristo nel mistero grazie al quale egli ha riscattato il mondo.